lunedì 17 novembre 2014

Prossima fermata: il futuro (Bangkok)

Adesso sì che sono cazzi. A Katmandu avevo come base l’ostello di Sri, le birrette con Moi, ormai riconoscevo quei piccoli dettagli di stradine e volti che ti fanno sentire a casa anche quando sei dall’altra parte del mondo. Di colpo davanti a me si spalanca il vuoto di una terra sconosciuta. Di un viaggio tutto improvvisato. Alla cieca. Da solo.
Per un lungo istante il senso di smarrimento supera le scariche di adrenalina. 
 
aeroporto di Katmandu, interno
aeroporto di Katmandu, esterno
 
Orribile. 
Con gli occhi ancora pieni di capre e vicoli polverosi, di gonne rappezzate e visi spiegazzati dal sole nepalese, arrivo nello scintillante aeroporto di Bangkok, uno dei più grandi al mondo. Cristallo e acciaio, traboccanti futuro e tapis roulant. Esco. Colossali grattacieli sullo sfondo, bretelle stradali da sei corsie, neon accecanti. Un caldo che nemmeno a Palermo ad agosto. Un traffico che neanche a Palermo a mezzogiorno. Il taxi ci mette due ore e mezzo per arrivare al centro. Inizia a piovere. Si fa notte. Il mio ostello è un alveare pieno di turistame e menù plastificati. La mia stanza soffocante e solitaria. Le strade risuonano di karaoke dozzinale. Non riesco a comprare una SIM locale. 
Il primo impatto con la Tailandia è semplicemente orribile. Vaffanculo. Domani vado via. 

aeroporto di Bangkok, interno
aeroporto di Bangkok, esterno

Namaste

Faccio lo zaino, saluto il cartolaio del Baghavad Gita, mangio l’ultimo dal bhat. Ultima birra con Moi, sull’onda di una freschissima nostalgia. Ultimo giro tra le stradine chiassose e confuse di Thamel. Ringrazio Sri e sua moglie, poi la ragazza della reception dal viso mongolo. 
Mi mancherà, il Nepal. Molto.
Mi è rimasto nel cuore, e non è una frase fatta.
Ancora oggi sento gli odori acri di Kathmandu. Un misto di polvere e incenso, umido e spezie, fritto, animali, aria pesante, fumo. Ne vedo i colori opachi, le asperità di legno scuro e pietra scheggiata, ferro battuto, i granata e i fucsia delle donne, i grovigli di fili elettrici intrecciati.
Grazie di tutto. Namaste.
(foto di Silvia Carrozzo)

sabato 15 novembre 2014

Ora conosco l’inferno (o almeno la sua colonna sonora)

Si torna a Kathmandu. Due possibilità: 1) il bus turistico, che scarto immediatamente in quanto vetero-borghese 2) un minivan che ha visto tempi migliori, e i tempi migliori erano quando ancora giaceva abbandonato dal rottamatore. Lo prendo al volo, mentre strombazza in un mercato di verdura e quasi investe due signore.
Sono 12 posti omologati, noi siamo 21 adulti più una bambina. Strano che non ci sia nessuno tra l’autista e la portiera, è spazio sprecato.
Sei ore di viaggio per uno stradone di montagna con dei crateri al posto dell'asfalto, a massima velocità, il precipizio a portata di mano. Sono poggiato sulla cassa/amplificatore laterale del furgone, che a volume da discoteca spara l'equivalente locale del duetto Toto Cutugno e Anna Oxa. In falsetto. Tutto l'album. In loop. Per sei ore.


Le buche ci fanno battere la testa contro il soffitto del pulmino, a ritmo di musica. Divento la base di percussioni delle -chiamiamole pure così- canzoni. È stato dimostrato che i prigionieri di Guantanamo resistono meno di mezz'ora a sollecitazioni simili, poi spifferano tutto. Cerco affannosamente un ufficiale della CIA per mettere fine a questo supplizio, ma intorno a me ho solo passeggeri rassegnati. Il tipo alla mia sinistra sembra dormire. Sicuramente è morto: nessuno può assopirsi in tali condizioni. Quando in curva cieca sull'abisso superiamo un’autocisterna grande come una montagna volgo lo sguardo a Ganeshi, tatuato sul finestrino tra due svastiche iridescenti. Mi sorride pacioso, dietro la sua proboscide, come a dire “Non hai ancora visto niente, figliolo mio”.
(Infatti il taxi che mi aspetta a Kathmandu è VERAMENTE pericoloso. Il tipo lo mette in moto facendo scoccare una scintilla tra due cavi scoperti dietro il sedile: non dico altro.)

venerdì 14 novembre 2014

I bambini di Pokhara: dolcetto o rupietta?

Pokhara è un altro mondo rispetto a Kathmandu.
Strade tranquille, aria tersa, un meraviglioso bosco con un tempio dorato che svetta sulla città, l’Annapurna sullo sfondo, decine di barche che galleggiano colorate e sonnacchiose sulla superficie del lago, pochi negozi, quasi nessuno per strada. Sono diversi i gesti, gli sguardi, i movimenti della gente.

Ma non è tutto oro quel che tace.
Me lo spiega Krishna, un omone grande e grosso che ospita nella sua casetta a  tre piani una dozzina di bimbi: insieme a sua moglie li cura, li veste, dà loro da mangiare, li fa andare a scuola. Come se fosse una grande famiglia. Mi parla di abusi, violenze, bimbi venduti come schiavi alle famiglie ricche, in un sistema dove le caste sono tutto. Se nasci nella casta sbagliata, è finita. E c’è veramente poco da fare. Lui è uno di quelli che fa questo "poco".
Siccome è ancora tempo di feste, mi invitano a condividere con loro il “pranzo di Natale”, con tutti i rituali del caso. Durante un'emozionante cerimonia mi segnano il tikka sulla fronte. Nel pomeriggio vado con i bimbi casa per casa, a ripetere a squarciagola le filastrocche tipiche, chiedendo dolcetti o qualche rupia. La mia carriera è fulminea: in un'ora da corista passo a tesoriere, poi tamburo ufficiale. Loro si divertono un sacco a vedere un occidentale cantare storpiando tutte le parole, io rimango incantato a vederli sorridere e danzae.

giovedì 13 novembre 2014

Mercenari in parapendio

Ho un paio di giorni liberi prima di lasciare il Nepal, decido di andare a Pokhara.
A un paio di centinaia di chilometri da Kathamandu, quindi un giorno di viaggio. 
Che fare in questa sonnolenta e incantevole città sul lago? Penso che dopo l'aeroporto di Lukla il parapendio ci sta bene: in fondo buttarsi - correndo! - dalla collina nel vuoto dà la stessa sensazione di insicurezza e caduta libera del decollo da bimotore della Yeti Airlines. Ma almeno qui ti godi il vento in faccia. 



Che delusione. A parte le spettacolari montagne dell'Annapurna dietro di noi e le aquile sotto di noi, e una cinese che vomita in aria la colazione accanto a noi, niente di che. Una corsa in un taxi locale, ormai lo sapete anche voi, è più adrenalinica. Unica nota di colore il mio pilota, un russo di due metri con un aspetto da capitano del Corpo di Forze Speciali dell'Armata Rossa. Muscoli anche dietro le orecchie, mento squadrato con il righello, mani grandi quanto il mio torace. Ma sarà stato un regolare o un mercenario, di quelli che si occupano dei lavori sporchi? E ha lasciato la Russia per sua volontà o ha torturato con troppo zelo un nemico del popolo? E se fosse solo una mia fantasia? Se invece è semplicemente un appassionato della palestra? Alla fine non ce l'ho fatta e mentre volavamo gliel'ho chiesto: "Cosa facevi prima di questo lavoro?". Mi guarda glaciale dietro i suoi occhiali scuri e con una voce da oltretomba emette, secco, due sillabe: "Army". Mi sta per mostrare le ferite sul torace e il modo in cui uccideva i nemici, ma deve schivare in fretta il vomito della cinese.

mercoledì 12 novembre 2014

Chitarre sacre

Attacco bottone con un cartolaio. Non capisco una mazza di quello che dice, ma è simpatico.
Porto sapientemente la conversazione su karma, meditazione e compagnia a briscola.
Al tipo si illuminano gli occhi, è un attimo.
All'improvviso con entusiasmo mi chiede se ho familiarità con la Guitar.  

Cerco mentalmente le implicazioni mistiche della scala di DO. Battisti la sapeva lunga.
Beh, robetta, quattro accordi, roba da giovine, minimizzo io: chi non ha strimpellato una chitarra da adolescente? Anche da voi in Nepal è lo stesso? incalzo.
Mi guarda strano. Guitar, ripete. Sì, avevo anche un bongo, continuo io.
Mi guarda ancora più strano. Guitar, insiste. Guitar! Bagava Guitar!
No, mi dispiace, non conosco questa marca, confesso.
Lui ripete la marca della chitarra come un mantra, come se alle millesima ripetizione lo strumento si potesse materializzare davanti a noi.



Dopo cinque minuti capisco.
Bhagavad Gita, uno dei principali testi sacri dell'induismo.
Inizia ad attaccarmi un pippone di mezz'ora sulle 245 mogli di Shiva, nominandomele una a una. A un certo punto mi chiede di ripetergliele. Ho il mal di testa. Tira fuori da sotto il bancone un libro ingiallito e spesso come l'elenco telefonico del Belgio (ma molto meno entusiasmante). Mi offre di leggere qualche brano con lui. Lo ringrazio ed esco rapidamente, dicendogli che ho un appuntamento urgente.
Così imparo. La prossima volta con gli sconosciuti si parla rigorosamente di calcio, Berlusconi e mafia.

lunedì 10 novembre 2014

Docce calde e svastiche colorate

All’alba il cielo di Lukla si apre. I bimotore tornano a ronzare sulla pista della morte.
Torniamo a Kathmandu, dove si riordinano idee e bagagli. I miei compagni si fanno finalmente una doccia, dopo due settimane in cui l’acqua non ha toccato la loro candida (?) pelle. Non li riconosco: in abiti civili, senza scarponi in goretex e senza cappello di lana, e soprattutto senza quella sottile crosta di ghiaccio attorno alle ciglia.
In città il Tihar si trasforma: per i Newari è il capodanno, e lo festeggiano con grandi composizioni di fiori per le strade, lampade accese tutta la notte, danze e balli. Io accendo il cero rituale, ma non mi ricordo più cosa ho chiesto a ciascuna (tanto per non sbagliare) delle decine di divinità locali. Di sicuro un caffè come Shiva comanda.

(foto di Silvia Carrozzo)

Altra botta di culo. Tra poco ci sarà uno sciopero generale per 10 giorni, poi le elezioni. Io sarò lontano. Chi vincerà? Forse il partito che io chiamo nazicomunista. Simbolo: falce e martello con accanto la svastica, che farebbe la felicità degli scrittori di ucronie. Qui la svastica, simbolo del sole, è dappertutto, ne ho viste un sacco colorate dipinte dai bambini davanti alle case. 


Intanto abbiamo di nuovo accesso a un comodo internet. Mi accorgo che dal minuto 1:40 in poi questi tipi hanno fatto quasi lo stesso itinerario nostro, godetevelo: 
www.youtube.com/watch?v=Pwytuanh-_k&hd=1